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  theROCK [ Tutta la nostra conoscenza ci porta più vicini alla nostra ignoranza, tutta la nostra ignoranza ci porta più vicino alla morte. ]
         

Questo blog nasce dal desiderio di vita e dall'attenzione verso il mondo provocati da un'amicizia cristiana. Non per scambiare delle opinioni ma per cercare le ragioni.




 “La tua voce ha potuto intenerirmi/ La tua presenza trattenermi/ e il tuo rispetto commuovermi./ Chi sei?/ Tu, solo tu, hai destato/ l’ammirazione dei miei occhi,/ la meraviglia del mio udito./ Ogni volta che ti guardo/ mi provochi nuovo stupore/ e quanto più ti guardo/ più desidero guardarti”.

 

 Calderon de la Barca





Parsifal

Parsifal, Parsifal non ti fermare
e lascia sempre che sia
la voce unica dell'ideale
ad indicare la via.
Sarò con te
io ti ho messo una mano sul cuore.
Non fermarti alla corte delle anime nane
che ripetono i gesti e non sanno capire.
Non salire al castello dei giovani giusti
che adorano il sole:
è quel sole lo specchio
di chi non si vuole vedere.
Parsifal, Parsifal devi lottare
devi cercare dov'è
il punto fermo tra le onde del mare
e quest'isola c'è.
Sarò con te
io ti ho messo una mano sul cuore.
Io sapevo da sempre che avresti tradito
mille volte in un giorno
e poi mille altre ancora
ma i tuoi occhi che cercano
sono quelli di chi si sorprendente ferito
e il mio braccio è più forte del male,
più grande dell'ora.
Parsifal, Parsifal non ti fermare
e lascia dunque che sia
la voce unica dell'ideale
ad indicarti la via.
Sarò con te
io ti ho messo una mano sul cuore
sarò con te
come un fuoco che dentro non muore.
                                 
   Claudio Chieffo




"Fac ut ardeat cor meum
in amando Christum Deum"
Jacopone da Todi


27 settembre 2006

Non aprite la porta del demonio - Massimo Introvigne, il Giornale


Se le parole del Presidente della Repubblica saranno intese come un richiamo a non spingere il virtuosismo medico fino a un accanimento terapeutico fine a se stesso e inutile a salvare o migliorare la vita dei malati terminali, ben pochi avranno qualcosa da obiettare. Leggi e circolari esistono già: si tratta solo di rispettarle, e anche la Chiesa non si è mai detta contraria. Se invece si vuole aprire la porta all’eutanasia come esiste nella legislazione olandese, allora occorre dire forte e chiaro che si tratta di un vaso di Pandora che, una volta scoperchiato anche in nome del più pietoso dei casi singoli, slega vecchi demoni che l’unanime condanna delle leggi naziste sull’eliminazione dei malati incurabili aveva incatenato in Europa per decenni. Qui Benedetto XVI non fa che richiamare quanto Giovanni Paolo II aveva detto a proposito della legge olandese. Nel 2004 la Santa Sede, per mezzo della Pontificia Accademia per la Vita, aveva diffuso un’articolata analisi del caso Olanda, mostrando come quando si tratta di attacchi alla vita il primo intervento legislativo inneschi la logica scivolosa del <<piano inclinato>>, per cui leggi già pessime sono continuamente peggiorate da ulteriori emendamenti. L’eutanasia in Olanda è stata introdotta nel 2000 per gli infermi maggiorenni capaci di intendere, di volere, e di farne richiesta scritta. Approvata la legge, i promotori hanno subito fatto notare che anche i minorenni possono soffrire in modo atroce. Così, nel 2002 la possibilità di chiedere l’eutanasia è stata estesa agli adolescenti sopra i dodici anni, ritenuti capaci di consenso in una società dove si cresce in fretta. Apriamo qui una parentesi per ricordare che i tribunali olandesi quando, qualche mese fa, hanno dichiarato legittima la costituzione di un “partito dei pedofili” che chiede libertà di relazioni sessuali con gli adulti per i minori che abbiano compiuto i dodici anni, hanno suscitato scandalo in tutto il mondo ma hanno ragionato, non senza una certa logica, a partire dalla legge sull’eutanasia del 2002. Se il legislatore ritiene un – e una – dodicenne abbastanza maturi per decidere se preferiscono vivere o morire, come non ipotizzare che questa maturità si estenda alle scelte sessuali, compresi i rapporti con i maggiorenni? Nel 2004 – secondo le parole del documento vaticano – anche <<l’ultimo limite è stato varcato>> in Olanda, e si è estesa l’eutanasia ai bambini sotto i dodici anni, per i quali basta l’assenso dei medici e dei genitori. Commentava allora la Santa Sede: <<E’ facile prevedere che lo scivolamento sul piano inclinato dell’eutanasia continuerà nei prossimi anni, fino a includere i pazienti adulti ritenuti incapaci di chiedere il consenso>>. Siamo nel 2006 e la profezia si è già avverata: il Parlamento olandese discute l’estensione dell’eutanasia ai malati di mente, riservando la decisione ai medici. Quando questa proposta di legge fu presentata, l’allora ministro Giovanardi evocò le leggi naziste. Anche qualche alleato pensò che si dovesse chiedere scusa all’Olanda. Ma in realtà già il documento pontificio del 2004 evocava <<processi di Norimberga>> per chi avesse votato a favore dell’uccisione dei disabili e dei malati mentali. Certo, in Italia non siamo ancora a questo punto. Ma è meglio fermarsi prima di fare il primo passo. Vigiliamo pure con Napolitano perché i malati terminali non siano vittime di un malinteso accanimento terapeutico. Ma sull’eutanasia diamo retta al Papa: non apriamo quella porta.




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23 settembre 2006



Mattutino di Gianfranco Ravasi

 

Ognuno brucia la sua vita e soffre per il desiderio del futuro e per il disgusto del presente. Ma chi sfrutta per sé ogni ora e gestisce ogni giorno come se fosse una vita, non desidera né teme il domani.
Guardo l'intestazione dell'agenda di oggi: mi si dice che del 2006 ho già consumato 259 giorni e che ne ho a disposizione altri 106. Da un lato, affiora la nostalgia del passato (pensiamo solo alle vacanze recenti, a quella quiete, alle buone letture, alla serenità); d'altro lato, però, contano gli impegni che ci attendono e l'agenda è appunto il simbolo di questa oscillazione tra passato e futuro. La realtà che meno ci coinvolge è il presente, anche perché - come già ammoniva s. Agostino - se appena lo consideri, già ti sfugge dalle mani.
Così l'uomo si rassegna a vivere sempre legato al «già» e al «non ancora», come suggerisce Seneca nel testo sopra citato dal De brevitate vitae. Una parabola giudaica narra che l'angelo Gabriele fu inviato da Dio con un tesoro da destinare all'umanità. Ma, a sorpresa, l'angelo ritornò a Dio col dono dicendo: «Non ho trovato nessuno che mi badasse perché tutti avevano un piede nel passato e l'altro nel futuro e non avevano il tempo di fermarsi e ascoltare quello che dovevo loro dire e dare». Nostalgia e fretta sono due facce dello stesso modo con cui non si vive il senso genuino dell'esistenza che è oggi, presenza, realtà quotidiana. È questo il vero tempo che è tra le nostre mani: forse è modesto e fatto di piccole cose, eppure è proprio questo l'orizzonte in cui si deve far frutto, impedendo alla vita di essere sospesa, bruciando e lasciando solo fumo.




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22 settembre 2006



<<Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come il bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.

E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode della ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.

Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità>>.

 

Riporto questo brano della Prima lettera ai Corinzi (è tutto il capitolo 13) di S. Paolo senza nessun intento moralistico. Chiariamoci: non intendo fare la predica a nessuno!

Non nascondo che, leggendolo per la prima volta di mia volontà, ho provato una vera emozione, anzi forse sarebbe meglio dire commozione, perché è un po’ come quando si hanno tanti problemi, si è quasi sotterrati dai problemi (e magari anche dalle cose da fare), e ad un certo punto, quando ormai non te lo aspetti più, ti viene un amico vicino e si interessa di te, dei tuoi problemi, del tuo problema, quello decisivo per la vita, insomma, la felicità (e ti viene anche un po’ da piangere per la gioia). Questo capitolo è come quell’amico! Mi tocca proprio perché innanzitutto non ripone la grandezza di un’azione nella capacità ma nella carità. Cos’è la carità? Io non saprei definirla, ma credo che ognuno di noi sa bene a cosa ci si riferisce quando si parla di amore gratuito, un amore che fissa “il proprio centro nella felicità di un altro” (J. Guitton, Arte nuova di pensare, p.76). Tutto questo per dire che mi ha talmente scosso  la testimonianza dell’Apostolo da farmi desiderare un atteggiamento così. Non vorrei sembrare sentimentale… Ma quante volte adempiamo i nostri compiti, magari anche in modo eccellente, e poi ci sentiamo vuoti? Tante volte mi è capitato di giocare un po’ all’intellettuale, di scambiare conoscenza con erudizione, e, dopo un po’ di volte che si rimane soffocati, queste parole arrivano come l’ossigeno!

                     ultimocrociato




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12 settembre 2006



BENEDETTO  XVI

 

Parte dell’omelia pronunciata domenica scorsa da Benedetto XVI durante la Messa presieduta nella spianata della Neue Messe di Monaco di Baviera.

 

<<Le popolazioni dell’Africa e dell’Asia ammirano le nostre prestazioni tecniche e la nostra scienza, ma al contempo si spaventano di fronte ad un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell’uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da imporre anche alle loro culture. La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed eleva l’utilità a supremo criterio morale per i futuri successi della ricerca. Cari amici, questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per altri è cosa sacra. Questo rispetto per ciò che gli altri ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor di Dio. Questo senso di rispetto può essere rigenerato nel mondo occidentale soltanto se cresce di nuovo la fede in Dio, se Dio sarà di nuovo presente per noi ed in noi.
Questa fede non la imponiamo a nessuno. Un simile genere di proselitismo è contrario al cristianesimo. La fede può svilupparsi soltanto nella libertà. Facciamo però appello alla libertà degli uomini di aprirsi a Dio, di cercarlo, di prestargli ascolto. Noi qui riuniti chiediamo al Signore con tutto il cuore di pronunciare nuovamente il suo «Effatà!», di guarire la nostra debolezza d’udito per Dio, per il suo operare e per la sua parola, di renderci capaci di vedere e di ascoltare. Gli chiediamo di aiutarci a ritrovare la parola della preghiera, alla quale ci invita nella liturgia e la cui formula essenziale ci ha donato nel Padre nostro>>.

 

 

Per leggere il testo integrale consultare la pagina on-line di Avvenire




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14 luglio 2006



L’evoluzione, il canto del pettazzurro e il “valore esibito dell’esistenza”

di Giuseppe Sermonti, il Foglio 13 luglio 2006

 

Vorrei dedicare a Papa Benedetto XVI un canto. Non mio, che sono stonato e sempre fuori dal coro, ma di un uccellino, un passerotto dei silvidi dal nome dolcissimo di “pettazzurro”. Questo uccellino gorgheggia un concerto delizioso e articolato, che è la gioia degli ornitologi e dei musicologi.

Canta la sua canzone senza che nessuno gliela chieda e gliela abbia insegnata. La canta, dopo alcuni mesi, anche se non ha mai ascoltato il gorgheggio di un suo conspecifico e già nell’uovo è stato tenuto in un abitacolo insonorizzato. Lo trae dal silenzio. Ma perché canta? Il nostro Petrolini si spiegava così: “Canto pe’ cantà, perché ner petto me ce naschi un fiore!”. Ma perché canta il passero? La stessa domanda si pone davanti a tutte le manifestazioni estetiche degli animali: le piume del pavone, i colori delle farfalle, l’espressione della tigre… Perché tutto questo sfoggio di vanità? Un grande studioso delle manifestazioni animali è stato lo svizzero Adolf Portmann (Tiergestalt, 1965). In due parole, la sua idea era che gli animali esibissero i loto tratti caratteristici “per esserci”, per presentarsi al mondo, per darsi un significato. “E’ notevole – precisava – il fatto che ciò cui noi abbiamo riconosciuto un significato, non è in alcun modo l’utilità, il fine o la necessità funzionale, ma qualcosa che va oltre l’ambito di tutto questo…”. L’olandese Buytendijk, fisiologo e psicologo degli animali chiamò una volta questo significato “valore esibito dell’esistenza”. Portmann usa l’espressione “Darstellungswert”, cioè “valore della presentazione” e conclude affermando che “le forme del corpo animale vanno molto al di là delle necessità elementari per la conservazione delle specie”, trascendono cioè ogni spiegazione utilitaria offerta loro dagli evoluzionisti. Joseph Ratzinger (1968) fa considerazioni simili su quello che lui chiama “l’inaudito e inspiegabile miracolo della bellezza”. “Nel mondo esistono processi, scrive, che si presentano allo spirito percettivo dell’uomo sotto forma di pura bellezza, cosicché egli deve pur ammettere che il Matematico, il quale ha dato il via a tali processi, ha anche dimostrato un livello inaudito di fantasia creatrice”. Torniamo al nostro pettazzurro nella siepe, che non ha smesso di cantare. Gli evoluzionisti hanno diligentemente cercato significati pratici-adattativi per quel canto. Hanno ipotizzato che l’uccellino se ne servisse per attrarre la compagna o per proteggere il suo territorio. Funzioni che in realtà il pettazzurro svolge, ma quando canta la serenata alla sua bella celestina impiega solo alcuni passaggi minori del suo inno (forse racconta bugie). Quando vuole allontanare l’intruso dal suo territorio usa un tono stridulo, certo assai meno bello. Egli dà il meglio delle sue doti canore quando se ne sta solo, tranquillo, in pace, nel suo cespuglio. Quando “poeta tra sé e sé”, ha commentato Konrad Lorenz. Quando recita il “Te Deum”, concluderei.

 

 

Ringrazio Rimesparse per avermi indicato l’articolo,

 

                            ultimocrociato

               

 




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30 maggio 2006



PERCHÈ ?

 

In attesa di riprendere, e magari concludere,  il discorso sul “Codice da Vinci”, vorrei segnalare un articolo che ho letto oggi su “IL FOGLIO”. Si tratta del discorso di Benedetto XVI ad Auschwitz  (http://www.ilfoglio.it/downloadpdf.php?id=43081&pass=).

A dire il vero consiglierei di leggere la pagina intera.

Pensando all’orrore che si verificò in quei luoghi è inevitabile chiedersi il PERCHÉ.

Affinché la domanda non cada nel vuoto vi suggerisco di leggere l’articolo suddetto.

Grazie!

                           

 

                                ultimocrociato 




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17 maggio 2006



Codice da Vinci:

non ci basta sapere che è ficiton…

 

Se prestassimo attenzione solo ed esclusivamente al fenomeno “Codice da Vinci” ci faremmo un’idea alquanto deviante di come stanno grosso modo le cose in Europa (e probabilmente nel mondo). Le dichiarazioni rilasciate dai principali artefici della realizzazione cinematografica del romanzo pallonaro ci fanno capire questo: “Abbiamo inventato una storia in cui c’è di mezzo Gesù che sposa la Maddalena, l’Opus Dei che deve coprire tutto ciò e che manda i suoi monaci a cancellare ogni traccia del gran segreto, e via dicendo… però non prendetevela perché si tratta di fiction!” Evviva la libertà! Come se io decidessi di scrivere un romanzo sulle prestazioni sessuali della mamma di Dan Brown descrivendo i minimi dettagli, coinvolgendo anche la famiglia per poi cavarmela con un “era fiction.”

La stessa libertà rinnegata assai presto quando, poche settimane fa, qualche scapestrato aveva osato offendere il Profeta (Maometto) con alcune vignette. Tutti a protestare contro l’atto indegno… e ora con il film come la mettiamo? Perché trovare ogni possibile giustificazione? Perché non ammettere che è un’offesa? Non siamo ridicoli?

No, infatti siamo codardi e buffoni!! Codardi perché per paura di qualche bomba saremmo capaci di venderci anche la mamma. Buffoni perché non ci rendiamo nemmeno conto che offendiamo il senso religioso di tantissime persone.

Ho appena appreso che il film sul “Codice” è stato bocciato dai giornalisti a Cannes…peccato!

Sono d’accordo con la posizione di Vittorio Messori che, oltre a ribadire l’inutilità di difendersi affermando che “si tratta di fiction”, si è opposto ad un boicottaggio del film rilanciando il problema Gesù. Chi è? È una domanda sulla quale i più cinici riderebbero non comprendendo l’entità del problema. Appurata l’esistenza storica di Gesù (quella ormai più nessuno, tra gli storici che si possano ritenere tali, la mette in dubbio) rimangono le domande: Veramente è Dio? Veramente è possibile incontrarlo dopo duemila anni?

Mi è stato insegnato durante le ore di religione (che qualcuno vorrebbe abolire con la pretesa di laicità) che non possiamo trattare Gesù come un Giulio Cesare o un Napoleone, semplicemente cioè  come un personaggio storico di cui è certa l’esistenza e di cui sappiamo una storia alla quale è stato messo un punto. Gesù pretende di essere una Presenza ancora in grado di riempire la nostra vita (ancora perché sono passati XX secoli), pretende di essere la via per arrivare alla felicità e la felicità stessa, pretende di continuare la Sua opera mediante la Chiesa.

Sarebbe ragionevole non interrogarsi su di Lui?

 

Avviso: c’è un’intesa tra questo blog e quello di rimesparse per la realizzazione di alcuni post relativi all’argomento sopra trattato. Vi consiglio perciò di visitarlo nei prossimi giorni!

Grazie!

                ultimocrociato




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12 maggio 2006



La Sinistra demo…totalitaria

 

Napolitano è stato eletto Presidente della Repubblica. Nei cinque anni di governo Berlusconi non si è fatto altro che parlare di dittatura fascista. Se questo fosse vero (ma non lo credo) allora potremmo ben dire che ora dalla padella (nera) siamo ricaduti nella brace (rossa). Può definirsi democratico il gesto di chi, una volta conquistata buona parte delle Province “rilevanti”,  gran parte delle Regioni, la Camera e il Senato, proponga un candidato notoriamente “di parte” senza nemmeno accordarsi con l’opposizione per una persona maggiormente rappresentativa? Il metodo non mi convince, anzi  mi fa ribrezzo, e dimostra come la sete di potere talvolta abbia il sopravvento e renda ciechi.

Auguri al neoeletto: che sappia rappresentarci, mai mettendo da parte se stesso (sarebbe impossibile) ma dando un’occhiata a quella che è l’Italia reale, non solo I maggio, 25 aprile, scioperi, gay-pride, Garibaldi, Cavour, ecologismo, prova del cuoco e Grande Fratello ma anche campanili (non mastelliani bensì quelli veri) e tanta voglia di costruire!

 

ultimocrociato




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1 maggio 2006



Io non mi sento italiano!

 

“Vorrei che questa assemblea potesse idealmente svolgersi a Marzabotto: anche lì è nata la nostra Costituzione.” Basta poco per capire in quale clima culturale ci troviamo. A meno di una settimana di distanza dalle affermazioni del Presidente Ciampi (“La costituzione è la mia Bibbia laica, nei momenti difficili mi fermo a meditare su di essa”) ecco che il neo-eletto Presidente della Camera, Fausto Bertinotti, rilancia un’affermazione alquanto improbabile.

Non mi interessa fare il moralizzatore di Bertinotti. Ma se si deve ridurre l’Italia al paese degli operai e della resistenza  allora non ci sto.

 Se è vero che il 25 aprile è una data importante nella rinascita del nostro paese, non è altrettanto vero l’assioma italiano=antifascista.  Se, a ragione, si ripudia il fascismo,totalitarismo imperfetto, tanto più si ripudieranno le altre ideologie, quindi iniziamo a ricordare i DANNI causati dal comunismo!

A quanto pare l’antifascismo è un valore. Mi chiedo: l’anticomunismo no?

Le svastiche non vanno esposte, le bandiere falce e martello invece possono sventolare. E perché?

Il passato avrà pure insegnato qualcosa! E invece no. È bene ricordarlo per le presunte nefandezze della storia della Chiesa, ma mai quando interessa da vicino il partito o la poltrona.

Come può un popolo prescindere dal proprio passato e, per volontà della classe politica, ricordare solo ciò che più fa comodo?

 

Ricordiamo Marzabotto, ma non solo allora… E non per par-condicio! È una questione di sensibilità verso tutti gli italiani.  Perché inculcare a viva forza che il valore che ci unisce, ricordato nei soliti discorsetti  più o meno retorici, è l’antifascismo, la resistenza al Duce e via dicendo?

O magari è la Costituzione a unirci! Mi chiedo come faccia..

 

Sono d’accordo con Mario Cervi quando afferma che non si può ridurre la storia d’Italia a due date

confinate nel giro di due anni (8 settembre 1943- 25 aprile 1945) e dimenticare il prima e il dopo. Fosse solo così allora non mi sentirei italiano.

 

Siamo italiani, ma cosa ci unisce?

 




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16 aprile 2006



Buona Pasqua!!!

 


“Fac ut ardeat cor meum in amando Christum Deum”

 

Jacopone da Todi

 

(Fa’ che il mio cuore arda di amore per Cristo)

 

 

È la frase che più mi ha commosso durante questa Settimana Santa.

Che possa essere così per tutti!

 

Auguri!!

                                                                            ultimocrociato

 

 

 




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15 aprile 2006



Elezioni!!!

 

A elezioni terminate il primo sussulto dell’animo è provocato da un’affermazione di quello che sarà il nuovo premier. Non mi ha scosso tanto il Cavaliere che chiede di ricontare le schede contestate, cosa comprensibile quando ad assegnare la vittoria sono un pugno di voti. Non mi ha nemmeno infastidito il proclama vittorioso del Professore alle 3 di notte, l’attesa snervante giustifica le cazzatelle notturne. Ma mi fa veramente imbestialire, a distanza di circa un mese da quando si proclamò quale portatore di felicità per gli italiani, la sua affermazione programmatica riguardante l’Italia. Considerata la spaccatura in due polarità, messa a nudo dal voto degli elettori, il mortadellone afferma che ora si dovrà lavorare per riunificare il paese, della serie: Rifacciamo gli italiani!! Insomma, non solo egli dà Felicità, ma anche Unità… aggiungiamo poi che farà pagare le tasse  “fino all’ultimo euro” (parole sue) e ci sembra già di vederlo con la bilancia in mano, come quelle raffigurazioni medievali della Giustizia. Cosa altro dovremo aspettarci? Emanerà anche Spirito Santo?

 

Detto questo mi auguro che, se dovesse governare, se riuscisse a governare, non porterà avanti quelle misure a favore dei Pacs, a favore dell’aborto, a favore dell’eutanasia, del crocifisso fuori dalle aule, dell’insegnamento di storia delle religioni, per cui molti, nella sua coalizione (e non escludo che lui abbia le stesse idee) parteggiano.

 
                                                     ultimocrociato




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5 aprile 2006



  La sofferenza esiste ed è una sfida.

Fuggire o vivere?

 

Ricordo una frase letta tempo fa: “il nemico di Cristo è l’uomo misura di tutte le cose”. Ora alcuni potrebbero storcere il naso considerandola eccessiva. Dirò solo che a me sembra lampante un’affermazione come questa, specie se in connessione con l’articolo che sto per presentare. Chi è l’uomo-misura-di-tutte-le-cose? Chi riduce se stesso a ciò che è in grado di fare. Quindi se io sono bravo in storia, mi riesce, allora la mia compiutezza sarà nello studio della storia e basta… sappiamo, anche se spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto, che questi schemi presto o tardi sono destinati ad esplodere. Ma la cosa preoccupante avviene quando l’atteggiamento appena descritto viene esaltato fino a diventare mentalità corrente. Perciò si può essere felici solo facendo i medici, gli avvocati, i calciatori… guai a parlare di contadini. Vabbè! O peggio, e questa è la variante che vorrei proporre, si può essere felici solo se nasciamo sani, senza handicap (lievi o evidenti che siano). Certo, nessuno si augura di avere malformazioni o cose simili, ma quando qualcosa del genere accade come ci comportiamo? Che succede se un nostro parente è investito da una macchina e sappiamo che sarà, secondo le previsioni dei medici, in coma per tutta la vita come un vegetale?

Bene,  eccoci all’articolo:  

 

Il dolore si combatte con il sostegno umano, la carità e i farmaci, non con l’eutanasia

Intervista al dottor Carlo Bellieni

SIENA, martedì, 3 maggio 2005 (ZENIT.org).- Dopo che la magistratura olandese ha autorizzato la clinica universitaria della città di Groningen a praticare l’eutanasia su bambini al di sotto dei 12 anni di età e la vicenda di Terri Schiavo, l’attenzione si è spostata sulla vicenda di Eluana Englaro, una giovane di Lecco che dal 1992 è in stato neurovegetativo irreversibile.
Beppino Englaro, padre di Eluana, aveva chiesto ai giudici della Suprema Corte di autorizzare la sospensione dell'alimentazione forzata alla figlia, esattamente come accaduto in America per Terri Schiavo, ma la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del padre della ragazza.
Per cercare di fare un po’ di chiarezza sull’argomento, e in special modo sulla pratica dell’eutanasia nei confronti dei bambini, ZENIT ha intervistato un esperto, il dottor Carlo Bellieni, che lavora al Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario "Le Scotte" di Siena.

La dichiarazione di Groningen (Olanda) ha rimesso al centro del dibattito il problema dell’eutanasia verso i neonati, quali sono i sentimenti di un neonatologo di fronte a queste possibilità?
Bellieni: Il primo dubbio è sul fatto che oggi disponiamo in campo neonatologico di tali farmaci analgesici che pensare che si possa ricorrere all’eutanasia in caso di dolore inaccettabile è davvero anacronistico. Il problema è che i farmaci analgesici devono esser realmente usati, ma ancora si incontrano resistenze.

Ma la sofferenza non è solo dolore, ma anche male psichico.
Bellieni: Già, ma mentre per un adulto si può parlare di sofferenza di fronte ad una prognosi infausta, nel caso del neonato questo ragionamento decade: è ovvio che la sofferenza per il proprio futuro non si pone nel caso di chi non sia in grado di ragionare su di esso, né di comprendere dati, nozioni e simboli.

Tuttavia con il tempo, una volta passata l’età neonatale, il dolore e la sofferenza di un bambino potranno manifestarsi…
Bellieni: Sì, ma questo non renderà mai questo stato ‘non umano’, o ‘non degno di vivere’. Abbiamo testimonianze di malati gravi che sono più sereni di certi ‘sani’. La sofferenza esiste ed è una sfida, ma non un ‘buco nero’ di una tragedia senza senso.

Ma allora, cosa mi dice della sofferenza di chi si vuole guarire proponendo l’eutanasia?
Bellieni: Forse … la nostra: perché discutere la possibilità di eutanasia assieme ai genitori? (‘è vitale avere una prognosi accurata e discutere coi genitori’, scrive Verhagen a proposito del protocollo di Groningen). Implicare i genitori significa che non siamo dentro un cammino ‘blindato’ da certezze, ma ancora sottoposto alle passioni, dubbi e incertezze umane.
Per questo dico che l’eutanasia non cura la sofferenza di chi è malato, ma di chi decide. Ed è davvero tragico. Invece il punto è capire che è qui che si gioca la nostra responsabilità: aiutare a fuggire o vivere.
Perché la sofferenza si cura, si accompagna, non si risolve fuggendo, neanche con la morte si risolve. Invece pensi a quanto è liberante e positivo, anche dal punto di vista terapeutico, capire che il bambino vale al di là della malattia o della malformazione.
Sappiamo dalla letteratura scientifica che il modo in cui un figlio disabile viene accettato dipende tantissimo dal carattere dei genitori, ma anche dall’ambiente umano che li circonda. Ovviamente questo non significa il male opposto, cioè che il medico è arbitro assoluto della vita, ma vorrei far capire quanta incertezza ci sia.

Il caso di Terri Schiavo ha suscitato apprensione?
Bellieni: E’ ovvio, ma il problema resta identico: quale sofferenza si vuole curare in una persona che ‘non sente niente’? E’ apparentemente un controsenso! Il fatto è che si resta troppo in superficie: si vede uno ‘stato’ cui noi non vorremmo arrivare e per induzione, si pensa che quello sia uno stato impossibile da vivere. La realtà è che abbiamo della nostra vita un’idea così ristretta che crediamo possibile che essa sia degna solo se ha certe caratteristiche.

Allora, perché c’è una spinta in favore dell’eutanasia?
Bellieni: Credo che questo sia ben spiegato dalla parola handifobia: la fobia verso l’handicap, la fobia di ciò che non è sotto controllo, che impedisce di pensare con serenità a chi è disabile. Magari vi pensiamo per commiserare, ma mai come a qualcuno che è sostanzialmente identico a chi disabile non è.
Sembra un paradosso, ma fa più paura la realtà immaginata che la realtà reale. Quante famiglie conosciamo che erano terrorizzate dall’idea di avere un figlio con grave paralisi o con grave ritardo mentale, e che, al momento che questo evento si è manifestato hanno capito una cosa fondamentale: la loro vita cambiava, ma non finiva! Invece l’ handifobia è la paura di quello che non sappiamo dominare, calcolare e misurare e che, come in tutte le fobie, deve essere fatto sparire.

Ci sono altri dubbi?
Bellieni: Il dubbio della certezza della diagnosi, che è davvero arduo in periodo perinatale. JM Lorenz della neonatologia della Columbia University, valutando pro e contro degli sforzi rianimatori, scriveva alla rivista Pediatrics, nel 2004: ‘Gli sforzi per ridurre il numero dei sopravvissuti disabili attraverso una rianimazione neonatale selettiva, portano ad una diminuzione di disabili sopravvissuti, ma alcuni bambini che sarebbero sopravvissuti senza disabilità moriranno’.
Inoltre, il dubbio etico: secondo un articolo del Journal of American Medical Association, Peter Singer giustifica l’infanticidio sulle basi della ‘utilità totale’ ‘Quando la morte di un bambino disabile porterà alla nascita di un altro bambino con migliori prospettive di vita felice, la quantità totale di felicità sarà maggiore se il bambino disabile sarà ucciso’.

Quale soluzione ci può essere nel caso di un bambino seriamente danneggiato a livello cerebrale?
Bellieni: Non lasciarlo solo. Non lasciare solo lui e la sua famiglia. Il bambino vuole la sua famiglia, e la sua famiglia vuole una compagnia nel medico e nell’infermiere, che aiutino ad individuare un cammino verso la terapia. E se non è possibile una terapia che restauri la salute, deve essere almeno possibile un cammino verso la comprensione, verso il razionale affronto dell’evento, perché i genitori non restino invasi da sensi di colpa o di impotenza. E deve essere previsto anche una partecipazione seria della Comunità e delle autorità che aprano tutti i canali di sostegno e facilitazione per la famiglia.
Sentir parlare di eutanasia non è confortante per le famiglie che hanno intrapreso questo cammino da anni! Servono comunque delle linee-guida per aiutare a distinguere tra chi è non-rianimabile in quanto è senza dubbio morente, e chi invece è seriamente danneggiato da rischiare la disabilità, ma non la vita, o chi, infine, ha per il momento solo un grave rischio di esserlo.

 




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2 aprile 2006



Difficile dimenticare un padre

 

Il ricordo che mi è rimasto maggiormente impresso di Giovanni Paolo II è legato agli ultimi giorni della sua vita. Un’immagine, pochi attimi, che ritornano alla mente nei momenti più duri. Lui che dalla finestra del suo appartamento, davanti ai tantissimi fedeli, vorrebbe parlare, ci prova con tutto se stesso, ma non riesce, manca la voce… E poi il suo disappunto, il suo dolore per non aver potuto comunicare nulla, il desiderio di testimoniare e l’impossibilità sopraggiunta.

 Il suo continuo scommettere sul cuore dell’uomo, la certezza che egli aveva che ognuno di noi nasce per essere felice, per realizzarsi, e al tempo stesso la certezza nell’affermare Cristo come risposta al bisogno umano lo hanno reso un punto di dialogo con tutto il mondo. Basta chiedersi perché tanta gente si è ritrovata a Roma in occasione della sua morte e si capisce che quest’uomo ha dato speranza a tanti, anche a chi non credeva!, proprio per aver preso così sul serio il desiderio di compimento che emergeva in ogni suo bisogno (dalla fatica delle passeggiate in montagna agli incontri con gli esponenti delle comunità religiose…).

Per me, senza ricordare questo aspetto, si rischia di ridurre tutto ad un fenomeno di pietismo o di buonismo. No! Affermare la Verità perché realmente la Verità rende felici non è integralismo. È l’affascinante percorso che abbiamo visto in Papa Wojtila e che tutti, in fondo, desideriamo.

Proprio per questo, perché la vita è avventura e perché c’è ragione di continuare a cercare il bene e ad affermarlo, mi piacerebbe cantare “Il fiume e il cavaliere”, una straordinaria canzone di Claudio Chieffo che riporto qui di seguito.

Sempre in lotta!

                                                            ultimocrociato

 

 

Il Fiume e il Cavaliere

Discese il cavaliere da cavallo e si tolse l’armatura
E balenò il metallo nella pianura.
E accarezzò la bestia e si diresse al fiume,
scivolò l’elmo a terra sulle piume…
e bevve avidamente dell’acqua del torrente
e vide la ferita ed il suo sangue…
E il fiume gli parlava lentamente raccontandogli la storia
di un’ansia disperata di vittoria:
“Ricordi la battaglia su quel colle e il tuo furore antico?
Neppure allora hai vinto il tuo nemico.
La pace che tu cerchi, il male che l’assale
combattono da sempre nel tuo cuore…”
E bevve avidamente dell’acqua del torrente
E vide la ferita ed il suo sangue…
E mentre il sangue suo si univa all’acqua e si scioglieva il cuore
capì ch’era finito il suo vagare…
allora vide in fondo all’acqua che passava
il volto della pace che cercava…
…e bevve avidamente dell’acqua del torrente
e rivide la casa e la sua gente…

 




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28 marzo 2006



Lezioni di Tool da Nerokiaro

Quando si dice che la carità si è fatta uomo… non si sbaglia!! Vabbè, a parte le battutine eretiche, ho visitato da poco il blog di Christian ( “Nerokiaro” per gli amici bloggers) e mi sono accorto, ahimè con molto ritardo!, che dal 16 febbraio ha iniziato le Lezioni di Tool. Lui è bravissimo e ha deciso di condividere, con i molti che gli chiedono informazioni sulla realizzazione delle tools, il suo metodo, convinto che nel dare c'è tanto da guadagnare! Eh sì, ha proprio ragione, nella carità c'è sempre da guadagnarci, umanamente, si intende!

Tornando a noi, di che si tratta? Beh, fatevi un giro sul suo blog (Nerokiaro) e poi fatemi sapere.

Scusate il ritardo.

Anzi, Chris scusa il ritardo!! Ogni tanto però vieni a fare una visita di qua e ad informarmi delle tue genialate che non mi dispiace!

                                  ultimocrociato




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27 marzo 2006



La cupola laicista

Comunque finisca, la campagna elettorale in corso avrà il
merito di avere mostrato con un'evidenza straordinaria da
che parte stanno in Italia tutti i «poteri forti», la cui
scelta di campo a favore della sinistra è franca, esplicita,
spesso perfino tracotante.
Per la prima volta gli stessi poteri si manifestano
apertamente all'interno del mondo cattolico italiano, dove
dal Concilio Vaticano II una «cupola» di intellettuali e di
teologi occupa un gran numero di posizioni di potere, dalle
cattedre ai settimanali e mensili più venduti, e opera in
strettissima simbiosi con gli altri «poteri forti» che dal
cattolicesimo e dai suoi valori sono lontanissimi ma che di
questa «cupola» cattolica sono compagni di merende e di
finanziamenti elargiti attraverso le banche e le inserzioni
pubblicitarie.
Non è stato solo il Corriere della Sera a schierarsi per
l'Unione; anche il più diffuso settimanale cattolico,
Famiglia Cristiana, è passato dall'implicito all'esplicito
con una serie di editoriali che attaccano duramente il Polo
e Berlusconi, mentre il mensile Jesus (stessa catena
editoriale) arriva a criticare la Conferenza Episcopale per
le sue posizioni sul referendum in tema di procreazione
assistita.

Pietro Scoppola, che firma l'attacco su Jesus, fa parte di
quella «scuola di Bologna» da cui esce anche Romano Prodi e
che ha interpretato il Concilio Vaticano II come una rottura
con tutta la tradizione precedente e come una resa della
Chiesa di fronte non alla laicità ma al laicismo dominante.
Da questa interpretazione del Concilio - e dalla «scuola di
Bologna» - nasce l'intreccio di cultura, ma anche di
interessi, fra «cupola» intellettuale cattolica e potentati
economico-politici favorevoli alla sinistra e al laicismo.
L'emersione di questa economia religiosa sommersa, che per
anni ha preferito comandare dall'ombra, avviene per due
motivi. Il primo è che proprio il referendum sulla
procreazione assistita ha dimostrato che la «cupola»,
nonostante il denaro e il potere, non controlla più il mondo
cattolico italiano, che non ha seguito i teorici del
«cattolicesimo adulto» alla Prodi ma il magistero del Papa e
del cardinale Ruini.
Il secondo motivo è che l'interpretazione del Concilio che è
al cuore della «scuola di Bologna» e del suo potere è stata
presa di petto dal regnante Pontefice, in particolare in un
magistrale discorso del 22 dicembre scorso. Qui Benedetto
XVI ha denunciato come falsa «l'ermeneutica della
discontinuità e della rottura» (fra il Concilio e la
tradizione della Chiesa) che «si è potuta avvalere della
simpatia dei mass-media» ma «ha causato confusione».
In termini meno diplomatici - e certo meno appropriati a un
discorso pontificio - l'allora cardinale Joseph Ratzinger,
conversando con giornalisti, aveva a suo tempo definito
l'«ermeneutica della discontinuità» come «un'idea stupida».
E - sempre a un amico giornalista - il futuro Benedetto XVI
aveva confidato che un principio che lo aveva sempre
guidato, e che pensava gli fosse spesso tornato utile, era
quello secondo cui «un'idea cattolica non può essere
stupida, e un'idea stupida non può essere cattolica».
L'«idea stupida» ha ancora molto potere nel mondo cattolico
italiano, ma teme di perderlo se dopo il referendum anche le
elezioni confermassero che la «cupola» non rappresenta la
base.

Di qui lo schieramento esplicito con Prodi e l'Unione, che
però svela questa «cupola» teologico-giornalistica come
semplice portatrice d'acqua dei «poteri forti» laicisti.

Massimo Introvigne
 il Giornale, 21 marzo 2006




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11 marzo 2006



Odio anticattolico e propagande pro Rosa nel Pugno

Riporto parte di un articolo che ho letto qualche giorno fa (il titolo in questo caso l’ho aggiunto io!).

 

<<…il Corriere della Sera ormai da settimane sta facendo una vera e propria campagna di promozione della Rosa nel pugno all’interno dell'Unione. Si tratta di una stampa che ha referenti noti nel potere confindustriale e bancario”.

Mieli dà corpo a una decisa scelta politico-ideologica dei poteri forti. Scelta ancora più stupefacente se si pensa che la Rosa nel pugno in realtà è pressoché inesistente nel Paese. I sondaggi le attribuiscono percentuali da prefisso telefonico, fra 1 e 2 per cento. Quanto la “Lista Di Pietro” per capirci. Un partito minuscolo, che pesa un terzo dell’Udc. Considerando questi dati si capisce quanto spropositato sia lo spazio promozionale che il Corriere dedica da mesi ai pannelliani. Ma perché il Corriere e il mondo finanziario che rappresenta sono scesi pesantemente in campo per pompare artificialmente le posizioni ideologiche della Rosa nel pugno, all’insegna di un fanatico anticlericalismo ottocentesco? Si vuole far scoppiare nel Paese una “questione anticattolica”?

Mieli già schierò il suo giornale come un organo di partito nel referendum sulla legge 40. La disfatta di quel referendum, il più fallimentare della storia repubblicana, che si somma a tutte le recenti disfatte pannelliane (come quella sull’amnistia con la desolante “marcia di Natale” che andò deserta), non è sfuggita di certo a Mieli, il quale sa bene che il pannellismo è morto e sepolto e pure gli anni Settanta. Mieli sa che l’aria che tira nel Paese non è affatto “radicale”, ma – come confermano tutti gli studi sociologici – di grande avvicinamento ai valori religiosi.

Ma, allora, qual è il senso di questa operazione? Poteva sembrare un’operazione di disturbo ai danni dei Ds (dopo il “caso Turci”), ma i Ds, come l’Unità e come i comunisti di Diliberto e quelli di Bertinotti, sono invece molto vicini alle crociate pannelliane. Paradossalmente rinfocolare l’anticattolicesimo può solo delegittimare il leader del centrosinistra, Romano Prodi, che - in linea teorica – sarebbe un cattolico (sia pure pronto a tradire come ha dimostrato al referendum). Ma è curioso che proprio Prodi sia andato a “sposare” in toto il congresso della Cgil e che banchieri prodiani siano nella proprietà di un Corriere della sera così sbracato. Forse però gli “amici del Vaticano” contro i quali sparava il congresso della Cgil sono piuttosto Rutelli e i margheriti. In questo caso saremmo di fronte a uno scontro di potere interno al centrosinistra. La Margherita in effetti ha candidato la Binetti, presidente del Comitato “Scienza e vita”, quello che ha vinto il referendum (diversamente da quelle faine del centrodestra che invece candidano con grande clamore propagandistico coloro che hanno perso il referendum, come Giulia Bongiorno in An). Per capire il pompaggio mediatico della “Rosa nel pugno” (anche di Scalfari sull’Espresso) alla fine non si trova una chiara motivazione politica contingente. E’ piuttosto il segnale di un livore ideologico trasversale, di un desiderio delle caste al potere di dare una lezione alla Chiesa, di ridurla all’insignificanza come nel resto d’Europa. Sembra infatti riflettere quella febbre dei salotti politici europei che si sono accanitamente battuti contro la menzione delle “radici cristiane” nella Costituzione europea. Una febbre che John Weiler, brillante intellettuale ebreo-americano, ha definito “cristofobia” e che – a suo parere – è deleteria per l’Europa. E’ un sordo e ottuso odio anticattolico. L’intollerante Voltaire strillava: “Ecrasez l’infame” (“schiacciate l’infame”, riferendosi a Cristo e al cristianesimo) e – come aveva previsto Augusto Del Noce – alla fine tutte le ideologie del Novecento si danno appuntamento in questo deserto nichilista. Qui, per incanto, si trovano d’accordo Paolo Mieli ed Eugenio Scalfari, la Cgil e i salotti dell’alta finanza, chi viene da Salò e chi viene dalle Botteghe Oscure. Le gerarchie cattoliche dovrebbero riflettere su tutte le forze che fanno squadra (e talora anche compasso). Leggendo “La Cattedrale e il cubo” di George Weigel si trovano delle chiavi di interpretazione. E’ sempre più necessario un forte e autonomo movimento cattolico di laici, che sia presente direttamente nella società e che eviti ai vescovi questo eccesso di esposizione. E di ritorsione.>>


(Antonio Socci, “Libero”, 5 marzo 2006)




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27 febbraio 2006



O stanchezza di uomini che vi stornate da DIO

Per la grandezza della vostra mente e la gloria della vostra azione,

Per le arti e le invenzioni e le imprese temerarie,

Per gli schemi della grandezza umana del tutto screditata

Che riducete la terra e l’acqua al vostro servizio,

Che sfruttate i mari e sviscerate le montagne,

Che dividete le stelle in comuni e preferite,

Impegnati a ideare il frigorifero perfetto,

Impegnati a risolvere una morale razionale,

Impegnati a stampare più che potete,

A far progetti di felicità e a buttar via bottiglie vuote,

Passando dalla vacuità ad un febbrile entusiasmo

Per la nazione o la razza o ciò che voi chiamate umanità;

Sebbene abbiate dimenticato la via al Tempio

V’è una che ricorda la via alla vostra porta:

Potete eludere la Vita, ma non la Morte.

Non rinnegherete la Straniera.

 

                                           T.S.Eliot, Cori da <<La Rocca>> (III coro)




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7 febbraio 2006

Lettera inviata da don Andrea Santoro alla rivista online "Finestra per il Medio Oriente" - da "il Giornale" di ieri

Carissimi,
è da un pò che non vi scrivevo, ma da pochissimo che non pregavo per voi, perché lo faccio ogni giorno alla Messa, alle lodi e al vespro... Voi e la Turchia: chi mi avrebbe detto anni fa che avrei unito nel mio cuore amori così distanti? Voi e il Medio Oriente: chi mi avrebbe detto che avrei "portato in grembo", come si dice di Rebecca, due "figli" che "cozzano tra di loro" (Gen, 25, 22), pur essendo fratelli nello stesso Abramo? Una madre sa che i suoi figli non si dividono in lei anche se sono divisi tra loro. Così accade anche a me. Avverto in me motivi per amare gli uni e gli altri, motivi per tenerli serrati nello stesso "calice" e radunati ai piedi della stessa croce. Ma avverto anche delle lontananze tra loro, pur corrette, ma a volte solo camuffate, da dichiarazioni di amicizia, di rispetto e di collaborazione, a volte invece davvero lenite da sforzi sinceri fatti da più parti per capirsi, offrire ognuno il proprio patrimonio e scoprire quello dell'altro. Altre volte ho l'impressione che questi mondi non si parlino in profondità, ma facciano come quelle coppie che parlano solo di spesa, di bollette, di mobili da spostare e di salute dei figli e si illudono di comunicare e invece diventano sempre più estranei. Europa e Medio Oriente (Turchia compresa, anche se è un caso a sé), Cristianesimo e Islam devono parlare di se stessi, della propria storia passata e recente, del modo di concepire l'uomo e di pensare la donna, della propria fede. devono confrontarsi sull'immagine che hanno di Dio, della religione, del singolo individuo, della società, su come coniugano il potere di Dio e i poteri dello Stato, i doveri dell'uomo che sono davanti a Dio e i diritti che Dio, per grazia, ha conferito alla coscienza umana. Devono confrontarsi su cosa intendono per vita, famiglia, futuro, progresso, benessere, pace, sul senso che danno al dolore e alla morte, su cosa voglia dire che i popoli sono molti ma l'umanità è una, che la terra è divisa in nazioni territoriali ma tutta intera è una casa comune. Bisogna che accettino di fare a voce alta un esame di coscienza, senza timore di rivedere il proprio passato. Devono aiutarsi anzi a vicenda a purificare il proprio passato e la propria memoria. Solo dall'umiltà davanti alle proprie colpe e dalla misericordia davanti alle colpe dell'altro può nascere una riconciliazione fatta di reciproca "assoluzione". Io credo che ognuno di noi dentro di sé possa diminuire la lontananza tra questi mondi. E' a partire dallo sguardo di Cristo e dall'amore del Padre che lo ha inviato a tutti i suoi figli, che possiamo riscoprire vicini quanti sentiamo lontani. Come Gesù ci portava tutti dentro di sé, sui peccati di tutti versava il suo sangue e tutti ci sentiva pecore dell'unico suo gregge così noi possiamo dilatare il nostro cuore. Questo non ci impedirà di annunciare chiaramente e per intero il vangelo e di agire in totale conformità ad esso. Al contrario, ce lo farà sentire un debito e un dovere. Ma ce lo farà fare col cuore di Gesù sulla croce, spalancato dall'amore e aperto dalla lancia, non con i sentimenti duri di chi ha sempre un "avversario" davanti. Gesù ha avuto forse avversari? O li ha Dio? E anche chi lo pensa non può essere sentito da noi come un "avversario". Come vanno le cose qui a Trabzon? Ve ne parlerò più diffusamente alla prossima lettera, spiegandovi come dopo una prima fase di residenza a Urfa-Harran, conclusasi con il completamento dei lavori di restauro della chiesa di Trabzon (è rimasto appena qualcosa), è iniziata una terza fase tutta avvolta ancora nell'oscurità, in attesa che Dio ci indichi le sue vie. Questa attesa è fatta di silenzio, di preghiera, di speranza, di intima disponibilità a quello che Dio vorrà, di umiltà nell'accettare la povertà di risorse, di persone, di strumenti, di capacità personali. In questa fase, rileggo il passato della missione, scruto il presente, rivado agli inizi della chiesa a Gerusalemme, ascoltiamo le Scritture, cerchiamo di capire meglio il mondo da cui veniamo e il mondo dove siamo arrivati, cerchiamo di rendere accogliente quanto più possibile, per ogni evenienza, la chiesa, il monastero, la casa, i molteplici locali annessi. Vi aspetto per raccontarvi di persona e proseguire con voi il nostro cammino di "finestra" tra chiese, popoli, religioni.   

don Andrea Santoro




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15 gennaio 2006



Novità

 

Finalmente il caro Luca Sankowsky (per gli amici “Polletto”) ha deciso di aprire un suo blog! Sono molto contento di poterne annunciare la nascita, sarà uno spazio aperto all’informazione, alla cronaca (internazionale, nazionale, ma soprattutto quella del Basso Lazio), agli annunci ma anche alle opinioni. Consiglio di andarlo a visitare su http://cassino-freepress.ilcannocchiale.it




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9 gennaio 2006



Far finta di essere sani

 

Il tema mi sembra importante, perciò ritorno su quanto ho detto già a proposito della canzone “Si può”. Su Avvenire di giovedì, 5 gennaio, ho letto un editoriale interessante di Adriano Pessina dal titolo “Come si arriva lontano negando la verità” – si parla della falsificazione storica riguardante l’Olocausto da parte dell’Iran.

Ne riporto alcune parti (se avete la possibilità andatelo a leggere sul sito di Avvenire):

 

“Mai come nella nostra epoca la nozione di verità è stata sottoposta a tanto discredito in nome della libertà di opinione, in nome della libertà di pensiero, in nome della stessa democrazia. Noi siamo, infatti, immersi in un latente negazionismo quotidiano. Abbiamo costruito un senso comune che pensa di poter garantire la tolleranza e il rispetto reciproco, la convivenza tra le persone e i popoli, facendo scempio dell'idea stessa di verità, negando le differenze tra errore e verità e tra errore e menzogna. Ogni opinione, si dice, è rispettabile, ogni opinione, si dice, ha il diritto di essere espressa perché ciò che conta è la libertà. E in questa tutela della libertà scissa dalla verità ha buon gioco la menzogna. Ma la libertà ha dei contenuti: anche l'assassino è libero, anche il menzognero e il falsificatore della storia, della scienza (si pensi alle recenti imposture del coreano Hwang Woo Suk sulle cellule staminali embrionali), della finanza e della politica sono liberi. Ma questi esercizi della libertà sono ignobili e degni di biasimo. La lode e il biasimo, questi grandi strumenti della vita democratica, si costruiscono nel riconoscimento del criterio della verità, di una verità che, a differenza della menzogna, non dipende dalla disinvolta volontà di un singolo o di un gruppo. Ma dall'effettiva realtà delle cose.”

E poi:

“Ci manca il coraggio di far tacere chi mente, il coraggio di stabilire un criterio di demarcazione tra quanti meritano il nostro rispetto e quanti meritano il nostro biasimo perché abbiamo rinunciato all'idea normativa di verità. Interpretiamo il coraggio come violenza e interpretiamo la nostra debolezza come democrazia.”

 

Faccio un solo appunto. Quante volte nella giornata ci capita di mentire, magari pensando che dicendo il vero potremmo offendere la persona a cui teniamo, o con cui stiamo parlando? Non mi riferisco alle stupidaggini, non dico che ogni volta dobbiamo rinfacciare le “esattezze” o le “inesattezze” agli altri.

 Non perdiamoci in moralismi o discorsi di coerenza. La domanda ci sta tutta:

“Ma alla verità chi può rinunciare?” Un ragazzo che ama tantissimo la propria ragazza, può rinunciare a sapere se lei lo ama (la verità appunto!)? No! Non può. E quanto più cresce il problema (amore, sofferenza, morte), tanto più cresce l’attesa nel cuore.

Il fatto sta nel rendersi conto che, lo si voglia o no,  questa attesa ci costituisce.

“O greggia mia che posi, oh te beata / Che la miseria tua, credo, non sai! […] Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe, / Tu se’ queta e contenta; / E gran parte dell’anno / senza noia consumi in quello stato. / Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra, / E un fastidio m’ingombra / La mente, ed uno spron quasi  mi punge / Sì che, sedendo, più che mai son lunge / Da trovar pace o loco. (Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia). Non basta un mondo per poter spegnere questa sete che abbiamo.

 Perciò non si può far finta di niente (“Far finta di essere sani” è il titolo di un’altra bellissima canzone di Giorgio Gaber). Non si può far finta di niente, pensando che un’opinione valga l’altra. Si può pensarla come pare, è vero, ma la libertà (quella vera) è un’altra cosa.

 

 

 

 




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3 gennaio 2006

Gino Paoli: la mia famiglia vittima dei titini


Intervista rilasciata da Gino Paoli al "Corriere della Sera" il 21 dicembre 2005

La vita e la storia devono essere davvero più complicate di quanto si creda, se accade di scoprire quasi per caso, in fondo a due ore di conversazione, che Francesco De Gregori non è l’unico cantautore simbolo della sinistra (mai rinnegata) ad aver vissuto in famiglia i crimini compiuti dai comunisti, sul confine orientale, al finire della guerra.Racconta Gino Paoli che «mio padre, figlio di un operaio analfabeta delle ferriere di Piombino, aveva fatto l’accademia di Livorno ed era arrivato ai cantieri di Monfalcone come ingegnere navale. Là aveva sposato mia madre, che invece veniva da una famiglia benestante, i Rossi. Io sono nato nel 1934 e ho vissuto i primi mesi Monfalcone, poi ci siamo trasferiti a Genova. Dieci anni dopo, parte della famiglia di mia madre morì infoibata. I miei parenti non erano militanti fascisti, erano persone perbene, pacifiche. Ma la caccia all’italiano faceva parte della strategia di Tito, che voleva annettersi Trieste e Monfalcone. I partigiani titini, appoggiati dai partigiani comunisti italiani, vennero a prenderli di notte: un colpo alla nuca, poi giù nelle foibe. Mia madre e mia zia non hanno mai perdonato. Mi ricordavano spesso i nomi dei loro cari spariti in quel modo, senza lasciare dietro di sé un corpo, una tomba, una memoria. Peggio: una memoria negata. Per questo mia zia odiava gli jugoslavi; e per me è stata una bella sorpresa, da adulto, andare per la prima volta in Jugoslavia e scoprire che non erano affatto tutti così». Interviene Amanda, la splendida figlia che Paoli ha avuto dal suo amore con Stefania Sandrelli diciottenne: «Papà, ho fatto una lettura pubblica sull’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, e non hai idea di cosa abbiano commesso i nazisti...». «Sì invece Amanda, conosco bene quella storia. È atroce ma, vedi, le atrocità ci sono state da entrambe le parti. È la guerra che rende l’uomo atroce; per questo io odio la guerra. Una parte della nostra famiglia è finita nelle foibe e di queste cose per decenni non si è parlato. E la sinistra porta una responsabilità culturale, perché il partito doveva coprire la connivenza dei partigiani rossi con la strategia di Tito. Vedrai che ci vorrà un altro mezzo secolo perché le passioni si spengano e se ne parli liberamente. Atrocità hanno commesso anche gli alleati che risalivano l’Italia. Le truppe d’assalto avevano il diritto, riconosciuto per iscritto, di saccheggiare e stuprare: e le truppe d’assalto erano per gli americani i neri, per i francesi i marocchini, per gli inglesi gli indiani. Le conseguenze le hanno patite le donne italiane, finché queste truppe non si sono attendate al Tombolo, in Toscana, in un accampamento frequentato da femmine alla disperata ricerca di cibo, finché non sono arrivati gli americani ad arrestare tutti. Io stesso, Amanda, dovetti scendere dal treno che ci riportava a Genova e passare tra le macerie di Recco distrutta dal bombardamento alleato - non avevo ancora dieci anni - camminando tra due pile di cadaveri. È un ricordo indelebile. Per questo, quando le due torri crollarono, ho reagito diversamente da chi la guerra non l’ha conosciuta, da chi bombardamenti non ne ha subiti mai. Anche se riconosco agli americani (al di là del comportamento di Bush che ha usato la tragedia come un pretesto) di aver reagito dimostrando il loro senso dello Stato. Magari ce l’avessimo anche noi italiani».

La politica appassiona Paoli fin da ragazzo. «Le mie prime manifestazioni furono quelle contro Scelba». Un altro ricordo indelebile, il luglio 1960. «Quando a Genova si seppe che per il congresso missino sarebbe tornato in città Basile, l’uomo che aveva compilato le liste degli operai da mandare in Germania, allora studenti e portuali, professori e camalli reagirono allo stesso modo, senza neppure bisogno di parlarsi. Il Pci fu del tutto scavalcato, come lo fu Togliatti dal fratello, che insegnava all’università e marciò in testa ai cortei. Io presi la mia razione di botte. Le jeep caricavano fin sotto i portici, e i respingenti di gomma facevano male. Il congresso dei missini, che allora si chiamavano ancora fascisti, non si fece più, il governo cadde, ma una generazione ha pagato cara quella vittoria: c’è gente che ha passato in galera vent’anni, un mio amico portuale in galera c’è morto». «Facevo politica ma non mi sono mai iscritto al Pci. Mai amato le bande, i gruppi, i movimenti: ho visto troppi capi dei movimenti finire da Vespa. Meglio pochi amici, con cui passare la notte a parlare», musicisti come Tenco, Lauzi, Endrigo, ma anche Bagnasco e Renzo Piano. «Più di Marx ho sempre amato Rousseau: i beni della terra e dell’intelletto devono essere beni comuni. Come ogni artista, sono un po’ anarchico. Mi piaceva una scritta che vedevo da ragazzo a Pegli: "Comunismo sì, ma anarchico". Non so bene cosa voglia dire, però mi ci riconosco». Anarchico si dice fosse De André, «ma con lui non ci frequentavamo. Apparteneva a un’altra casta, suo padre era il braccio destro di Monti, comandava all’Eridania». La politica ha portato Paoli in Parlamento, tra gli indipendenti di sinistra, nel 1987. «Non è stata un’esperienza del tutto negativa. Ho imparato molte cose. Però avrei preferito rendermi utile agli altri. Invece la politica è complicata; per questo gli improvvisati che vi arrivano da fuori combinano un sacco di guai».Non che Paoli sia entusiasta neppure dei professionisti. «Una volta avevamo politici che facevano affari. Oggi abbiamo affaristi che fanno politica. E il fenomeno non è esaurito da Berlusconi; riguarda anche la sinistra. Io capisco se uno come Della Valle si arrabbia: se perde soldi, son soldi veri. Questi altri giocano: spostano soldi virtuali. E mi dispiace che in questo gioco sia rimasta invischiata la sinistra. Che ora si trova in un bel guaio. Se dice la verità sugli anni di sacrifici che ci attendono, non vince le elezioni. Se dice balle, le vincerà ma sarà cacciata appena comincerà a fare l’inevitabile. In Inghilterra la società è più avanzata: non a caso Marx aveva previsto che la rivoluzione si sarebbe fatta là. Non è andata così ma in compenso hanno avuto la Thatcher, che nei primi anni ha messo il Paese alle strette, però a lungo andare ha portato risultati. Mi farò odiare, ma l’Italia avrebbe bisogno di una destra seria: liberale e dotata di senso dello Stato; che non privatizzi scuola e sanità ma imponga le ristrettezze necessarie a preparare la stagione delle riforme. Prima un po’ di conservatorismo per mettere da parte i soldi, poi gli investimenti per ristrutturare la casa». Paoli non rinnega il passato; piuttosto, non si riconosce nel presente. Pur non amando Berlusconi, non si è unito alla mobilitazione di artisti e intellettuali contro di lui. «Ho attaccato Berlusconi quando non voleva pagare la Siae, negando alla cultura la sua fonte di sostentamento. Per il resto, non avevo nulla da dimostrare. Tutti sanno bene come la penso. E io non ho cambiato idea; sono loro ad averla cambiata. Io sono sempre di sinistra, diciamo pure comunista; sono loro a non esserlo più. E poi, come dicevo, non credo alle bande. Nel 1968 smisi di suonare per fare l’oste a Levanto: le mie cose non erano più adatte ai tempi, e non mi andava di cantare "viva" o "abbasso". Restai zitto per sette anni, fino a quando Gianni Borgna, allora capo della Fgci romana, mi invitò a suonare qualche canzone al Pincio. Andai avanti per due ore, e scoprii che i giovani comunisti potevano ascoltare Sapore di sale, che avevano capito come anche la poesia e l’amore fossero politica». Sapore di sale, forse la più bella canzone mai scritta da un italiano, è del 1963. Sono gli anni in cui Paoli vive come Tenco e come una sua giovane scoperta, Lucio Dalla, nel mito degli chansonniers , degli esistenzialisti, degli artisti maledetti. È l’anno in cui si spara al cuore. «Ogni suicidio è diverso, e privato. È l’unico modo per scegliere: perché le cose cruciali della vita, l’amore e la morte, non si scelgono; tu non scegli di nascere, né di amare, né di morire. Il suicidio è l’unico, arrogante modo dato all’uomo per decidere di sé. Ma io sono la dimostrazione che neppure così si riesce a decidere davvero. Il proiettile bucò il cuore e si conficcò nel pericardio, dov’è tuttora incapsulato. Ero a casa da solo. Anna, allora mia moglie, era partita; ma aveva lasciato le chiavi a un amico, che poco dopo entrò a vedere come stavo». L’anno dopo Paoli ha avuto due figli: Giovanni, che ora ha curato per Laterza la sua biografia; e Amanda, con cui adesso discute di storia.

Aldo Cazzullo
21 dicembre 2005




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24 dicembre 2005



Auguri di Buon Natale

Sarò via qualche giorno, quindi ne approfitto per fare gli auguri!

Dio si è fatto carne per noi. Non c'è nulla da fare se non puntare gli occhi su questo Bambino che nasce per svelarci ogni giorno di più il Mistero.
Auguri!




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21 dicembre 2005



otto per mille

Non capisco, in questi ultimi tempi, l'accanimento di alcuni riguardo al Concordato e all'otto per mille. E' interessante notare che, soprattutto sul secondo argomento, sono state diffuse voci infondate.
Prima di esporre gli argomenti che dimostrano la falsità delle accuse mi permetto di fare un esempio.
Lo Stato ha deciso di utilizzare per scopi sociali e umanitari l'otto per mille dell’entrata complessiva che riceve dall'Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche) lasciando la decisione sulla destinazione (Stato, Chiesa Cattolica, Assemblee di Dio in Italia, Unione Comunità Ebraiche Italiane, etc.) alle persone. Posto che lo Stato incamera con l'Irpef un valore pari a 1000, di questi mille 8 andranno ripartiti secondo le intenzioni degli italiani. Di questo valore pari a 8, la maggioranza (80% circa) decide di destinarlo alla Chiesa Cattolica, il 10% allo Stato, e così via. C'è anche chi non ha optato per nessuna delle destinazioni. In questo caso i fondi derivanti da scelte non espresse andranno ripartiti secondo le percentuali delle scelte espresse. Quindi l'80% spetterà alla Chiesa Cattolica, il 10% allo Stato etc. Questi ultimi fondi possono anche essere rifiutati (quelli del 2000 ad esempio sono stati rifiutati dalle Assemblee di Dio in Italia e dalla Chiesa evangelica valdese e vennero conteggiati tra quelli dello Stato). Essendo l'otto per mille "detratto" dai fondi dello Stato, chi non vuole che questi soldi vadano a finire alla Chiesa o a chicchessia, può benissimo optare per la destinazione dell'OPM allo Stato (cioè: i soldi già appartenevano allo Stato e ritornano allo Stato che li utilizzerà secondo le norme previste, vedi oltre.). Detto questo, mi sembra ridicolo, ideologico e falso l'atteggiamento di chi vuol far credere che la Chiesa o le altre confessioni religiose speculino sull'OPM. 
A questo punto elenco i vari passaggi:
-
Lo Stato mette a disposizione dei contribuenti una quota del gettito complessivo dell’Irpef (l’imposta sul reddito delle persone fisiche) per scopi "sociali o umanitari" a gestione statale oppure "religiosi o caritativi" gestiti da confessioni religiose. Questa quota è pari all’otto per mille dell’intero gettito Irpef.
Lo Stato non ne decide però direttamente l'attribuzione, ma affida alla libera scelta dei cittadini contribuenti il compito di determinare a chi e per quali scopi deve essere destinata, esprimendo la propria preferenza firmando in una delle caselle sui modelli Unico (ex mod.740), 730 (nel modello 730-1), Certificazione Unica (ex 101 e 201);
- L' OPM (8x1000) è una modalità con cui lo Stato ha scelto di impiegare una parte delle proprie risorse, riconoscendo la rilevanza sociale delle attività della Chiesa cattolica e delle altre confessioni religiose. In proposito, il vesovo Giuseppe Betori, segretario generale della Cei dal 2001, ha affermato " Quanto alla forma (dell'OPM), infine, come dicevo, si tratta di una modalità scelta dallo Stato per utilizzare una parte delle risorse destinate a finalità sociali, individuando nelle confessioni religiose dei soggetti che possono essere deputati a utilizzare in modo positivo questi fondi. Nel caso della Chiesa Cattolica l’utilizzazione è regolata dalla legge 222 del 1985, la quale indica specificatamente gli usi che possono essere fatti di questi fondi, e cioè: il sostentamento del clero, le finalità di culto e pastorale, le attività di carità in Italia o in Paesi particolarmente bisognosi. Si tratta di finalità che nascono da una lunga storia. Per quanto riguarda il sostentamento del clero, la storia rimonta alla cosiddette leggi eversive della seconda metà dell’Ottocento. Dopo averne incamerato i beni, lo Stato si sentì in dovere di rifondere almeno parzialmente la Chiesa con un modesto assegno (la cosiddetta “congrua”) ai sacerdoti impegnati nella cura d’anime. Questa modalità non fu toccata dal Concordato del 1929 ed è stata adattata ai tempi trasformandola in una delle finalità dell’otto per mille con la revisione concordataria del 1984. Lo stesso si può dire per quanto riguarda la destinazione a finalità di culto e pastorale.
Per quanto riguarda l'utilizzazione dei fondi dell'otto per mille per aiuti al Terzo Mondo, questi fondi, per legge, possono essere destinati solo ad attività sociali – educative e sanitarie, ad esempio –, ma non pastorali. Possiamo costruire ospedali ma non chiese. Possiamo finanziare corsi di formazione per infermieri ma non seminari." e poi precisa "Non è in primo luogo la Chiesa cattolica a voler sostenere il clero con l’otto per mille. È lo Stato a chiedere alla Chiesa cattolica di sostenere il clero con l’otto per mille. Così lo Stato si è liberato dall’obbligo delle congrue cui era tenuto come risarcimento per le già citate “leggi eversive" (tratto da un intervista di 30Giorni, http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=9135) ;
- ognuno ha la facoltà di decidere la destinazione dell'OPM;
-non si tratta dell'otto per mille dell'Irpef pagata da ciascun contribuente, ma dell'otto per mille del gettito complessivo che lo Stato riceve da questa imposta.

Quindi la firma non costa niente perché la scelta sulla destinazione si riferisce ad una quota dell’intero gettito dell’Irpef e non all’Irpef personale di ognuno. In sede di ripartizione ogni firma vale allo stesso modo e non c’è differenza, ad esempio, tra la firma di un contribuente il cui reddito ammonta a 100 milioni annui e quella di un altro contribuente con un reddito di 25 milioni
.

 

Per maggiore chiarezza riporto una parte dell’ art. 47, legge 20 maggio 1985 n.222 (http://www.governo.it/Presidenza/USRI/confessioni/norme/85L222.html) in modo specifico riguardo a Stato e Chiesa Cattolica:

- A decorrere dall'anno finanziario 1990 una quota pari all'otto per mille dell'imposta sul reddito delle persone fisiche, liquidata dagli uffici sulla base delle dichiarazioni annuali, è destinata, in parte, a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione statale e, in parte, a scopi di carattere religioso a diretta gestione della Chiesa cattolica. Le destinazioni di cui al comma precedente vengono stabilite sulla base delle scelte espresse dai contribuenti in sede di dichiarazione annuale dei redditi. In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse . Per gli anni finanziari 1990, 1991 e 1992 lo Stato corrisponde, entro il mese di marzo di ciascun anno, alla Conferenza episcopale italiana, a titolo di anticipo e salvo conguaglio complessivo entro il mese di giugno 1996, una somma pari al contributo alla stessa corrisposto nell'anno 1989, a norma dell'articolo 50. A decorrere dall'anno finanziario 1993, lo Stato corrisponde annualmente, entro il mese di giugno, alla Conferenza episcopale italiana, a titolo di anticipo e salvo conguaglio entro il mese di gennaio del terzo periodo d'imposta successivo, una somma calcolata sull'importo liquidato dagli uffici sulla base delle dichiarazioni annuali relative al terzo periodo d'imposta precedente con destinazione alla Chiesa cattolica.

48. Le quote di cui all'articolo 47, secondo comma, sono utilizzate: dallo Stato per interventi straordinari per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali; dalla Chiesa cattolica per esigenze di culto della popolazione, sostentamento del clero, interventi caritativi a favore della collettività nazionale o di paesi del terzo mondo.

49. Al termine di ogni triennio successivo al 1989, una apposita commissione paritetica, nominata dall'autorità governativa e dalla Conferenza episcopale italiana, procede alla revisione dell'importo deducibile di cui all'articolo 46 e alla valutazione del gettito della quota IRPEF di cui all'articolo 47, al fine di predisporre eventuali modifiche.

 

Per ulteriori informazioni riguardo alla gestione dell’OPM da parte della Chiesa Cattolica vi rimando ai siti:

- http://www.8xmille.it/HOME.HTM

- http://www.sovvenire.it/










 




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17 dicembre 2005



Relativismo e totalitarismo

 


L’opzione relativista sembra aver assunto, al giorno d’oggi, il valore di garanzia dell’intangibilità della libertà altrui. Ove non c’è un modus pensandi che reprima la ricerca di Verità insita nell’animo umano, al contrario, pare sia diffusa una sorta di pestilenza contagiosa, capace di trasformare gli infettati in fanatici integralisti, disposti alla violenza pur di convertire l’infedele. È questo, in realtà, il quadro clinico di un Occidente visitato dall’occhio del laicista - assai distante dallo stato effettivo delle cose. Perché se “Il pensiero contemporaneo sembra e vuol apparire un pensiero aperto e tollerante” (Pasquale Pellecchia, Vie e sentieri assoluti, 1979), i suoi effetti concreti sul vivere non sono altro che quelli di una qualsiasi fede religiosa a carattere fondamentalista. Difatti “sotto questa apparente umiltà, c’è ostinata e chiusa una decisione totalitaria: un rifiuto indiscutibile della metafisica, nell’assunzione gratuita di una equazione tra totalitarismo e metafisica” (ibid.).


 


Le volontà totalitarie insite nella cultura del relativismo sono riconoscibili tramite due livelli di analisi: uno a carattere storico, l’altro di tipo teoretico. Il primo pone in luce come, incredibilmente (ma neanche poi tanto), i secoli dell’allontanamento dalla ricerca del vero insita nel pensiero metafisico occidentale (cristiano e non) coincidano col progressivo rendersi manifesto, in Occidente, di dittature sempre più coinvolgenti la vita dei singoli uomini, sempre più in grado di far rientrare il tran tran quotidiano di un padre di famiglia, il giocare spensierato dei bambini, le fatiche di una madre all’interno di uno schema politico-culturale che ha la sua matrice nello Stato-Partito. La parabola storica del Novecento è esempio lampante e tangibile di tutto ciò: mentre Heidegger teorizza i “sentieri interrotti” (“strade che non portano mai a niente”, secondo Francesco Guccini in Dio è morto) e Feyerabend espone le sue tesi sull’anarchismo epistemologico, Hitler stermina milioni di uomini, Stalin massacra popolazioni intere, Mao-Tze Tung scatena una guerra contro l’Unione Sovietica in cui i soldati cinesi si equipaggiano del solo Libretto Rosso - per finire, naturalmente, in carneficina. I due eventi non sono, né possono essere, slegati tra loro soprattutto volendo dar credito alla lettura del XX secolo fornitaci da un personaggio come Gianni Vattimo, che vede nel secolo appena trascorso un progressivo allontanarsi della cultura e del pensiero filosofico dai “pensieri forti”, metafisici. Se è vero che il ‘900 è il secolo del relativismo non è possibile pensare che le sue influenze culturali siano del tutto assenti nella genesi dei sistemi totalitari.  


 


Il secondo livello di analisi ci consente, invece, di notare come l’equazione tra totalitarismo e relativismo non sia, poi, così distante dal vero poiché, fondamentalmente, quest’ultimo è legato al primo tanto per motivi strutturali, insiti nella sua teoresi, quanto per ragioni legate alle cause dell’insorgere dell’uno e dell’altro. Tornando a citare Pasquale Pellecchia, possiamo notare come “Le vie verso l’Assoluto sono attraversate e interrotte dai sentieri: essi ne fanno, dittatorialmente, vie proibite” (ibid.). Ovvero: la possibilità del nuovo, di ciò che non è già compreso e previsto dallo schema mentale di cui abbiamo deciso di dotarci (il relativismo, in questo caso) non viene contemplata. Piuttosto tutto ciò che da esso si discosta è proibito e chiunque se ne faccia portatore è un criminale (teoreticamente parlando): un “fanatico”, un “oscurantista”, un “bigotto”, un “retrogrado”. È un sistema chiuso, che esclude l’apertura verso l’altro perché ha già compreso ogni forma di alterità entro le sue categorie concettuali. E questo è totalitario. Come lo era la classificazione delle forme di vita di Aristotele, come lo erano gli “anelli dell’Essere” illuministi, come lo era l’analitica marxista dell’esistenza capitalistica. Anche come furono i piani di pulizia etnica approvati da Hitler.

Inoltre, in merito alla genesi di relativismo e totalitarismo, è possibile osservare che l’uno e l’altro nascono da un sentimento comune: l’indifferenza. Indifferenza verso il reale e l’altro. Il primo è frutto della rinuncia a ogni tentativo di conoscenza della realtà dovuta alle asperità incontrate lungo il cammino della ricerca; il secondo nasce dal desiderio di realtà inscritto nel cuore umano controbilanciato da una mentalità ed una cultura che ormai impongono la rinuncia al reale perché malate di relativismo. Così il relativismo allontana dalla concretezza del vivere quotidiano, non pone il problema della sua difficile semplicità, il totalitarismo, che è sua conseguenza, cerca una piena e totale spiegazione di tutto ciò che incontra eleggendo a strumento onnicomprensivo un solo aspetto della realtà - non curandosi, tuttavia, di verificare tramite l’esperienza se tale aspetto è veramente comprensivo o meno.




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