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L’evoluzione, il canto del pettazzurro e il “valore esibito dell’esistenza”

di Giuseppe Sermonti, il Foglio 13 luglio 2006

 

Vorrei dedicare a Papa Benedetto XVI un canto. Non mio, che sono stonato e sempre fuori dal coro, ma di un uccellino, un passerotto dei silvidi dal nome dolcissimo di “pettazzurro”. Questo uccellino gorgheggia un concerto delizioso e articolato, che è la gioia degli ornitologi e dei musicologi.

Canta la sua canzone senza che nessuno gliela chieda e gliela abbia insegnata. La canta, dopo alcuni mesi, anche se non ha mai ascoltato il gorgheggio di un suo conspecifico e già nell’uovo è stato tenuto in un abitacolo insonorizzato. Lo trae dal silenzio. Ma perché canta? Il nostro Petrolini si spiegava così: “Canto pe’ cantà, perché ner petto me ce naschi un fiore!”. Ma perché canta il passero? La stessa domanda si pone davanti a tutte le manifestazioni estetiche degli animali: le piume del pavone, i colori delle farfalle, l’espressione della tigre… Perché tutto questo sfoggio di vanità? Un grande studioso delle manifestazioni animali è stato lo svizzero Adolf Portmann (Tiergestalt, 1965). In due parole, la sua idea era che gli animali esibissero i loto tratti caratteristici “per esserci”, per presentarsi al mondo, per darsi un significato. “E’ notevole – precisava – il fatto che ciò cui noi abbiamo riconosciuto un significato, non è in alcun modo l’utilità, il fine o la necessità funzionale, ma qualcosa che va oltre l’ambito di tutto questo…”. L’olandese Buytendijk, fisiologo e psicologo degli animali chiamò una volta questo significato “valore esibito dell’esistenza”. Portmann usa l’espressione “Darstellungswert”, cioè “valore della presentazione” e conclude affermando che “le forme del corpo animale vanno molto al di là delle necessità elementari per la conservazione delle specie”, trascendono cioè ogni spiegazione utilitaria offerta loro dagli evoluzionisti. Joseph Ratzinger (1968) fa considerazioni simili su quello che lui chiama “l’inaudito e inspiegabile miracolo della bellezza”. “Nel mondo esistono processi, scrive, che si presentano allo spirito percettivo dell’uomo sotto forma di pura bellezza, cosicché egli deve pur ammettere che il Matematico, il quale ha dato il via a tali processi, ha anche dimostrato un livello inaudito di fantasia creatrice”. Torniamo al nostro pettazzurro nella siepe, che non ha smesso di cantare. Gli evoluzionisti hanno diligentemente cercato significati pratici-adattativi per quel canto. Hanno ipotizzato che l’uccellino se ne servisse per attrarre la compagna o per proteggere il suo territorio. Funzioni che in realtà il pettazzurro svolge, ma quando canta la serenata alla sua bella celestina impiega solo alcuni passaggi minori del suo inno (forse racconta bugie). Quando vuole allontanare l’intruso dal suo territorio usa un tono stridulo, certo assai meno bello. Egli dà il meglio delle sue doti canore quando se ne sta solo, tranquillo, in pace, nel suo cespuglio. Quando “poeta tra sé e sé”, ha commentato Konrad Lorenz. Quando recita il “Te Deum”, concluderei.

 

 

Ringrazio Rimesparse per avermi indicato l’articolo,

 

                            ultimocrociato

               

 

Pubblicato il 14/7/2006 alle 11.30 nella rubrica Diario.

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